Lo strascico di un compleanno

Quella sera Debora l’aveva passata con vecchi amici, una compagnia che lei frequentava tre o
quattro anni prima e che in qualche modo era rimasta legata: vuoi perché lei ancora lavorava con
altre ragazze che stavano nel gruppo, vuoi perché le unioni che quella compagnia aveva generato
legavano attraverso fili invisibili tutti gli ex componenti.
L’occasione dell’incontro fu un compleanno.
Mario aveva, quel giorno,trentadue anni.
I compleanni sono quelle cose che si fanno anche se non interessano a nessuno, l’occasione per
trovarsi, per stare insieme senza sforzare la mente alla ricerca di uno scopo intelligente.
Debora si era allontanata in un silenzio rancoroso quando il gruppo aveva cominciato a generare
troppe coppie, si sentiva arrabbiata senza sapere il perché; era felice per Gianna e per Sabrina ma
per se soffriva molto.
Non trovava attraente nessuno dei maschi e sentiva forte il bisogno di amare, di essere amata, per
quasi due anni evitò il contatto con loro, poi, piano piano si era riavvicinata.
Mario ci aveva provato con lei una volta, l’aveva chiamata a casa, le aveva chiesto di uscire: aveva
rifiutato.
Non che gli dispiacesse del tutto, questo no, era anche simpatico, solo che non la eccitava, non gli
piaceva ed era insicura, proprio come quella sera.
Cosa succede quando due labbra vengono in contatto? – Ciao Mario, auguri smack, smack.
Il caso, forse aveva fatto si che parte delle labbra di Mario sfiorassero le sue: quel fuggevole
contatto la lasciò inebetita.
Era forse alla frutta? Ventisei anni, mai avuto un rapporto sessuale con un uomo; Cristo, quello era
un uomo, un uomo che non le piaceva neanche tanto, perché mai avrebbe dovuto avere un effetto
simile su di lei? Passo, quell’attimo di sbandamento passo immediatamente fra l’imbarazzo
reciproco, ma durante tutta la serata di tanto in tanto fece capolino nuovamente, i suoi turbamenti
muovevano fino al centro della sua femminilità, costringendola a stringere le gambe come a
soffocare qualcosa che si muoveva fra le sue cosce.
A casa Debora sali le scale, si lavò e si infilo una vestaglietta leggera: Il caldo afoso non contribuiva
a placare quella forma d’ansia che l’aveva presa, spense le luci lasciando lievemente aperte le
imposte.
Chiuse gli occhi e si preparo al sonno.
… la solita storia di sempre, due palle, che abbiamo da dirci, io però che avrei fatto a casa, tanto vale
uscire un po con vecchi amici, i compleanni, che palle , io ho ventisei anni, sono sola, lui mi voleva
baciare sono sicura che lo voleva fare, come cavolo sii fa a sbagliare mira, però è stato bello non mi
interessa niente di lui niente: lui lo sa che non mi frega niente di lui, io già glielo detto, e poi come
si fa a chiedere ad una ragazza: perché non usciamo? Si va beh io gli ho chiesto anche perché, io,
sai che roba.
Se ci avesse provato in modo diverso forse ma no, che sto dicendo: mai, nemmeno morta, e poi lui
mi ha risposto, perché secondo te Debora, perché? Forse volevi scoparmi, scoparmi e basta, maiale.
Chissà cos’ è fare all’amore, i baci e le carezze, le mani che accarezzano altre mani… altri corpi,
come nei film Il sonno era sparito completamente lasciando il posto ad un languore che la
pervadeva.
La sua piccola figura si muoveva nel grande letto cercando di liberarsi dall’eccitazione che le aveva
fatto sollevare i capezzoli, la sua pelle vibrava e il contatto con le lenzuola stava divenendo erotico.
Debora si attorcigliò attorno al cuscino serrando le gambe.
Poi si arrese all’ eccitazione accarezzandosi leggermente i seni, seguendo il contorno del roseo
capezzolo, stringendolo lievemente: la sua mano scese febbrilmente, scavando fra le lenzuola e
scostando violentemente il cuscino, ultimo avamposto della tranquillità.
La sua piccola mano passo attraverso gli slip, sollevo la sottile stoffa e scese.
Prima un dito fugace, poi due, rapidi, a volte lenti, seguivano i contorni della sua cosina, aprivano
lievemente le sue morbide carni cercando un ristoro che non sapeva trovare.
Debora conosceva il suo corpo anche se raramente si permetteva di godere; Dio, essere toccata e
posseduta da un uomo, si se Mario fosse li ora gli avrebbe dato tutto, avrebbe fatto tutto quello che
lui gli avesse chiesto.
L’eccitazione era totale: nella sua testa viaggiavano corpi maschili, corpi reali, corpi di pubblicità, il
corpo di Mario che la toccava, la mano di Mario era la sua mano.
Le dita scivolavano nella sua passerina chiusa, scivolavano senza sforzo, sentiva la sua fica sempre
più umida, umori colavano spargendosi fra le coperte: l’eccitazione cresceva e la sua mano non
bastava più.
Debora si alzo, cercava qualcosa, lo trovo: il vecchio flauto d’osso, il regalo di nonna per l’ora di
musica alle medie.
Con la lingua saggio la punta, penso al membro di Mario, chissà com’era, chissà che gusto aveva.
Il flauto scivolò fra i piccoli seni, scese deciso verso il basso e si infilo senza esitazione nella sua
fichetta, era freddo e la fece rabbrividire per un attimo.
Debora continuò a masturbarsi non sapendo per quanto tempo ancora, lanciando brevi gemiti
silenziosi e sospiri.
Venne, venne e venne ancora.
Il flauto affondava dentro di lei e le asperità dello strumento sfregavano il suo clitoride infiammato
provocandole fitte deliziose che percorrevano il suo corpo come onde di terremoto.
Debora era sfinita, stesa sul letto a gambe leggermente divaricate, il suo corpo pulsava lentamente e
lei si sentiva come sospesa.
Il flauto se ne stava fra le gambe dove lei lo ritrovo il mattino seguente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *