Le mutandine – Racconti Eros

Le mutandine

di Veronique Amado
Il professor D. si alzò alla solita ora, fece colazione con caffelatte e biscotti ed accarezzò il suo
cane.
Si pettinò davanti allo specchio del bagno, prese la sua borsa con i libri ed uscì.
Passò davanti alla buca delle lettere, si guardò intorno per controllare che nessuno lo stesse
osservando, la aprì e tirò fuori un paio di mutandine.
Da donna.
Usate.
Questa storia si ripeteva tutte le mattine da oltre un mese: il professore usciva di casa e nella buca
delle lettere trovava delle mutandine da donna già indossate. Quella mattina erano di seta, color
champagne.
Le strofinò tra le mani per sentirne la morbidezza, poi le mise nella tasca del cappotto e si avviò
verso l’università.
Dal primo giorno che aveva ricevuto questa strana missiva, tentava di capire chi poteva essere la
responsabile di ciò.
Stava pensando ad una studentessa, il suo corso era frequentato da molte ragazze e lui riscuoteva un
certo successo con le donne, forse il fascino della cultura, ma non riusciva ad individuarla.
Il professore viveva con la madre, un’anziana donna che trascorreva i mesi invernali in riviera dove
la temperatura mite le calmava i dolori.
Il prossimo fine settimana avrebbe dovuto farle visita, la settimana prima non era andato.
Solitamente prendeva il treno il venerdì alle quindici e dieci ed in un paio d’ore giungeva a
destinazione, ma la settimana precedente era rimasto a casa sperando che la misteriosa “postina” si
rivelasse.
Speranza rimasta vana dato che non aveva ricevuto né visite né telefonate.
Giunse in facoltà con un certo anticipo, si recò in biblioteca a consultare il giornale poi andò
nell’aula 12.
Cominciò la lezione, ma man mano che parlava si accorgeva che la sua mente vagava altrove,
ritornava alla tasca del cappotto dove aveva riposto le mutandine trovate la mattina, e scrutava la
prima fila dove una ragazza bionda pareva sorridergli.
Le parole gli uscivano automaticamente dalla bocca: dopo vent’anni di insegnamento poteva
permettersi di parlare senza doversi concentrare su quello che doveva dire, una parte del suo
cervello ripeteva il contenuto della lezione, mentre i suoi pensieri aleggiavano liberamente.
Guardava la ragazza bionda, avrà avuto una ventina d’anni, aveva i capelli lisci e lunghi che le
incorniciavano il viso illuminato dagli occhi verdi.
Il corpo era magro, ma la maglia lasciava indovinare un seno sodo e grande.
Immaginava di accarezzare quel seno, vedeva le sue mani sulla carne rosa e morbida della ragazza,
l’avrebbe baciata e toccata dappertutto.
Si accorse che stava continuando a fissarla e che stava per avere un’erezione.
Distolse lo sguardo e si impose di concentrarsi sulla lezione.
Alle undici si interruppe: “Bene, per oggi abbiamo finito, riprenderemo il discorso domani.”
Mentre stava raccogliendo i suoi appunti sparsi sul tavolo, si avvicinò la ragazza che aveva fissato.
“Professore, come ha potuto Frazer scrivere “Il ramo d’oro” senza un’osservazione diretta
dell’oggetto della sua ricerca, come si può spiegare un fenomeno senza studiarlo, osservarlo…”
“Perché Frazer, così come facevano i suoi contemporanei, si poneva in un’ottica di superiorità
rispetto agli uomini primitivi, riteneva la cultura occidentale superiore a quella dei primitivi ed in
grado di spiegarla senza dover ricorrere all’osservazione diretta. Solo successivamente si affermò
necessità della ricerca sul campo e di strumenti propri per l’analisi antropologica.”
“Professore, lei dice sempre delle cose così interessanti… domani di cosa ci parlerà?”
“Credo che cominceremo Durkheim.”
“A domani, allora…”
“A domani.”
La guardò allontanarsi e non potè fare a meno di osservarle il sedere modellato dai jeans, piccolo e
sodo, ci avrebbe affondato le mani e non le avrebbe tolte più.
Era lei, sì, doveva essere lei, ne era sicuro.
Lui l’aveva fissata per tutta la lezione, certamente lei se n’era accorta e dopo si era avvicinata con
una scusa.
L’indomani l’avrebbe invitata a prendere un aperitivo dopo la lezione, e magari anche a cena la sera.
Tornò a casa dove Maria, la colf, gli aveva preparato il pranzo e mangiò. Rimasto solo tirò fuori le
mutandine dalla tasca del cappotto, le annusò e se le strofinò sul viso pensando a lei, poi le mise in
una busta di plastica e le infilò nel cassetto dove conservava anche le altre.
Doveva approfittare dell’assenza della madre, dopo la cena al ristorante avrebbe portato la ragazza a
casa.
Il professore era un bell’uomo, dopo la separazione dalla moglie era tornato a vivere con la madre,
non aveva figli.
Mentre la madre era al mare, ne approfittava per portare qualche collega a casa, ma le sue preferite
erano le studentesse, non aveva intenzione di risposarsi, la sua nuova vita gli piaceva ed era
sufficientemente libero, forse avrebbe dovuto trovarsi un pied-à-terre per quando non aveva la casa
a sua disposizione.
Il mattino dopo fece colazione ed uscì.
Quando giunse davanti alla buca delle lettere, si accertò di essere solo e la aprì: pizzo rosso. Le
prese, le avvicinò al viso per annusarle e le mise in tasca.
Arrivato all’università, si fermò a parlare con alcuni colleghi ma continuava a guardarsi intorno per
cercare di vederla passare.
Impresa impossibile, la facoltà a quell’ora brulicava di studenti, dato che la maggior parte dei corsi
stava per iniziare.
Raggiunse l’aula e sistemò gli appunti sulla cattedra, cominciò a parlare introducendo l’argomento
della lezione e con lo sguardo percorse tutta la prima fila.
Nulla. La cercò negli altri posti. Non c’era. Quel giorno lei era assente, eppure le mutandine le
aveva trovate. Perché mettergliele nella buca e poi non farsi vedere? Quella storia lo stava facendo
impazzire, voleva trovare la donna che le aveva indossate, la desiderava, la voleva.
Mentre stava parlando, era trascorsa quasi un’ora, si aprì la porta e la vide entrare.
Percorse le scale dell’aula magna e raggiunse la prima fila dove c’era un posto libero.
Si sedette e gli sorrise. Finalmente era arrivata. Non avrebbe sopportato l’idea di non vederla più.
Alla fine della lezione lei si avvicinò alla cattedra.
“Credo di aver perso gran parte della lezione di oggi.”
E’ fatta – pensò lui – sta cercando una scusa per attaccare discorso.
“Potrei riassumergliela al bar, magari davanti ad un aperitivo, che ne dice?”
“D’accordo, tanto non avrei più nulla da seguire oggi.”
Tra una pizzetta e un salatino riuscì a strapparle un invito a cena.
Quando tornò a casa, avvisò Maria che avrebbe mangiato fuori quella sera.
Passò a prenderla davanti all’università dove si erano dati appuntamento.
Cenetta in un ristorantino tranquillo, poi finalmente a casa.
La guardò spogliarsi, quando tolse il reggiseno vide due seni rosa tondi e sodi come se li era
immaginati.
“Queste le tengo io, ovviamente” disse quando lei si sfilò le mutandine.
La ragazza sorrise e fece finta di non capire.
Si inebriò con il profumo della sua carne, bevve i suoi nettari e la inondò con i propri.
Le ragazze giovani gli davano la carica, la prese ripetutamente, senza stancarsi, finché sfiniti non si
abbandonarono ad un sonno ristoratore.
Ma durò poco, perché lui si svegliò dopo poche ore e ricominciò a possederla alternando il piacere
al riposo, in un gioco che si continuò fino al mattino successivo. Dopo colazione la riaccompagnò a
casa e andò all’università, per fortuna era venerdì ed il giorno successivo non avrebbe avuto lezione.
Quando rientrò a casa, trovò un biglietto di Maria che gli ricordava che la sera sarebbe stata
impegnata nella preparazione della cena a casa del conte e della giovane moglie, un tipo strano, lui,
che chiamava gli amici con dei numeri al posto dei nomi.
Nel biglietto c’erano anche gli auguri di buon compleanno – me ne ero quasi dimenticato – pensò lui
e sul tavolo spiccava un pacchettino infiocchettato.
Lo aprì e c’erano un paio di mutandine.
Da donna.
Usate.

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